Francesco Lattanzio | 23 gennaio 2017
MEDIA

Il NYT pubblica (per la prima volta) il suo manifesto del giornalismo digitale

Il New York Times, probabilmente il quotidiano più autorevole del mondo, ha rilasciato per la prima volta il suo manifesto periodico in cui spiega alle sue risorse interne cosa intende per “giornalismo”. “Journalism that stands apart” segue l’”Innovation Report” del 2014 (che però non è stato pubblicato ma sottratto), tracciando le linee della nuova editoria come risultato di un progetto della durata di un anno chiamato “2020 Group” guidato da David Leonhardt. Tra gli obiettivi c’è il raddoppio delle digital revenues entro il 2020, e un radicale cambiamento di stile espressivo, di filosofia, di competenze richieste dello staff e di modalità di lavoro. “Perché dobbiamo cambiare? Perché le nostre ambizioni sono grandi: provare che esiste un business model per articoli originali scritti da esperti, che valgano il tempo speso per leggerli e che tengano i piedi ben saldi a terra”, si legge.

Uno dei problemi indicati dal report, è che tra i 200 articoli giornalieri, tra cui “alcuni dei migliori lavori pubblicati sul globo”, molti mancano “di un impatto significativo o di un’audience appropriata”, sono troppo simili a storie prodotte da altre testate oppure sono “alieni per i giovani lettori”. Qualcuno della redazione ha confessato di essere un reporter, ma di non aver mai parlato con una persona che si occupi di video. Il report dovrà cambiare questa dinamica, essendosi i suoi redattori accorti della propensione dei lettori a condividere gli articoli che contengano importanti componenti video. A volte più esplicative e incisive di mille parole. La redazione si propone quindi una collaborazione più stretta tra scrittori, fotografi e videomaker, che è già stata sperimentata in diverse occasioni con ottimi risultati. Lo stile di scrittura deve essere, poi, cucito sulla rete. Abbandonare la rigidità del linguaggio nato sulla stampa per abbracciare la colloquialità tipica di internet e intercettare i lettori più giovani. Si sono aperte anche diverse opportunità sugli argomenti verticali: “per attrarre nuove audience, dovremmo fare un piccolo numero di scommesse digitali su aree in cui il Times può essere competitivo, così come abbiamo fatto con Cooking e Watching”. La feature strategy della testata è datata 1970, e la forza per l’apertura delle sezioni (come House e Living) era legata al desiderio di attrarre advertiser. Volontà che si è prolungata anche l’anno scorso, con l’acquisizione di The Wirecutter e Smarter Living.

Ultimo punto legato all’editoria, ma sicuramente tra i più importanti, è la creazione di una community più forte. “Niente crea loyalty più dell’engagement – il sentimento di essere parte di una community”, i lettori vogliono parlare tra loro e imparare l’uno dall’altro, non solo su argomenti come cibo, libri, viaggi, tecnologia o parole crociate, ma anche sulla politica e gli affari esteri. “Abbiamo sviluppato la più civile sezione commenti della industry dell’editoria, ma non riusciamo ancora a spingere i lettori ad avere interazioni”. Le sezioni più coinvolgenti riguardano le discussioni delle idee proposte dai filosofi nella serie “The Stone”, le soluzioni delle parole crociate nella rubrica “Wordplay”, le storie dei sopravvissuti al cancro in “Well” o i consigli culinari in “Cooking”.

La testata basa il suo business prevalentemente sugli abbonamenti. “Non proveremo a massimizzare i click e vendere advertising a basso margine di guadagno. Non proveremo a vincere il braccio di ferro delle page views. Crediamo che il miglior modo per fare business, per il The Times, sia la proposta di un giornalismo così forte che diversi milioni di persone sparse in tutto il mondo siano disposte a pagare. Questa strategia è anche in piena coordinazione con i nostri valori storici”, scrivono. E la strategia sembra rivelarsi efficace. Lo scorso anno la testata ha portato a casa 500 milioni di dollari solamente dal digitale, più di BuzzFeed, del The Guardian e del Washington Post. La crescita degli abbonamenti digitali “continua a forte ritmo, mentre le revenue provenienti dall’advertising online crescono, a dispetto del passaggio degli ad dollars a piattaforme come Google e Facebook”. Nel terzo trimestre del 2016, gli abbonamenti digitali sono cresciuti al ritmo più veloce di sempre, ma ancora più alte sono state le prestazioni nel quarto trimestre, dopo le elezioni presidenziali. Gli abbonati digitali totali, ora, sono 1,5 milioni (un milione più dello scorso anno). L’obiettivo posto nel 2016, però, era raggiungere digital revenue pari a 800 milioni di dollari entro il 2020, mettendo al centro della strategia gli abbonamenti digitali.

L’anno scorso il Times ha diviso la redazione dedicata alla stampa da quella digitale, ma secondo l’organizzazione attuale del lavoro, molti processi sono ancora divisi tra i due gruppi, diminuendo l’impatto del lavoro di entrambi. Il report indica che le hub dovrebbero diventare sempre più autonome, per aiutare il prodotto su carta a migliorarsi giorno per giorno e liberare la parte digitale ai progressi proposti prima (visual, linguaggio meno istituzionale).

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