Redazione 360com | 3 aprile 2017
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Innovare o morire, il destino (già scritto) delle news company

La paura di innovare genera mostri. Molti grandi editori e giornalisti temono un mondo affollato di notizie prodotte da brand editoriali storici in lotta con quelli emergenti, senza siti o applicazioni di proprietà, ma distribuite attraverso piattaforme digitali terze, sempre più potenti e dominanti sul mercato pubblicitario. E ancora: giornalisti al servizio dei dati, guidati dalle analisi di traffico e, dove possibile, sostituiti da algoritmi e bot. Sempre meno “realtà reale” e sempre più realtà virtuale, realtà aumentata e chissà quale altra nuova tecnologia pronta a sostituire ogni tradizionale esperienza umana. L’apocalisse dell’informazione prossima ventura viene dipinta più o meno così. Ma non è certo che il futuro sia quello. Una cosa invece è sicura: se i mostri si possono dissolvere, la tigre dell’innovazione è concreta, libera e corre veloce. Cavalcarla è impossibile per chi – tra giornalisti, editori, esperti di media – abbia deciso di ignorarla o, peggio, di combatterla. Per gli altri, per coloro che preferiscono capire e far parte del gioco, il futuro delle news passa anche quest’anno, come ormai da sette anni, dal GEN Summit, la “tre giorni” organizzata dalla associazione no-profit e non governativa Global Editors Network: dal 21 al 23 giugno il più importante appuntamento con l’innovazione nel mondo del giornalismo quest’anno farà tappa a Vienna. Tema, trattato attraverso gli interventi di oltre 80 speaker: “From post-truth to virtual reality: navigating media’s future”.

L’importanza dell’innovazione

«Non ci siamo ancora: non credo che la maggior parte dei giornalisti o dei manager dei media abbia capito fino in fondo quanto sia importante l’innovazione per il proprio futuro professionale e per le proprie aziende». Peter Bale, presidente del GEN, ha un doppio passaporto, neozelandese e britannico, e una doppia esperienza professionale. Giornalista e esperto di digital media, Bale ha ricoperto importanti ruoli editoriali e manageriali presso Reuters, Microsoft, CNN International. Per un paio di anni, di recente, è stato Ceo del Center for Public Integrity di Washington, l’organizzazione non governativa globale no-profit di giornalismo investigativo, premio Pulitzer nel 2014, che attraverso l’ICIJ (International Consortium of Investigative Journalism) ha dato vita alla famosa inchiesta Panama Papers, pubblicata da oltre cento testate nel mondo. «Un’iniziativa come quella, grande esempio di collaborazione internazionale, è stata possibile solo grazie a internet e ai nuovi metodi di fare giornalismo. La missione del GEN è quella di far conoscere le eccellenze dell’innovazione giornalistica, le cosiddette best practice, al maggior numero possibile di operatori dell’informazione. Il nostro Summit è il luogo migliore per tenersi aggiornati, per entrare in contatto con oltre 750 tra giornalisti, esperti di media e editori provenienti da settanta paesi diversi, per scoprire ciò che è nuovo e funziona».

Un mondo che cambia velocemente, quello dei media e delle news. Quali sono stati i cambiamenti più importanti negli ultimi cinque anni?

«Il primo, senza dubbio, il dominio delle grandi piattaforme di advertising, Google e Facebook, e l’erosione della capacità degli editori di monetizzare i loro siti. Al secondo posto metto la proliferazione di nuove realtà nel mondo dell’informazione, come Buzzfeed e Vox, solo per fare due nomi: grazie alla capacità di innovare e alla velocità di crescere si sono conquistate un ruolo di tutto rispetto, arrivando a competere con gli editori storici, in alcuni casi anche per qualità. Terzo segnale importante, il “risveglio” di alcuni brand tradizionali del mondo news che hanno intrapreso la strada dell’innovazione di alta qualità: penso, ad esempio, alla CNN che sta vivendo un periodo d’oro con la realtà virtuale, i nuovi modelli di storytelling sia per i prodotti digitali sia per quelli televisivi; ma anche al Washington Post, dove si cominciano a vedere gli effetti degli investimenti tecnologici di Jeff Bezos».

 

Cos’altro ci dobbiamo aspettare nei prossimi cinque anni?

«Di sicuro la sfida tra le grandi piattaforme e gli editori, con questi ultimi che dovranno riconoscere le proprie responsabilità e adottare una nuova mentalità editoriale. La seconda previsione è più una speranza, in verità: spero di vedere più innovazione da parte degli editori anche nell’advertising. Stiamo ancora perdendo la battaglia della creatività e questo ha effetto sulla monetizzazione. La terza previsione riguarda i video: siamo a un punto di svolta per la realtà virtuale e i video a 360 gradi. Ci vorrà ancora un po’ di tempo, forse, ma la tecnologia migliora e cominciamo a vedere qualche esempio di quanto sia potente questo mezzo per raccontare storie che altrimenti non potrebbero essere divulgate con la stessa efficacia. La VR sarà al centro dell’attenzione nei prossimi cinque anni, così come la realtà aumentata. A Vienna se ne parlerà molto».

 

Cambiare la mentalità, per giornalisti e editori, è fondamentale. Ha qualche consiglio da dare?

«Anzitutto bisogna essere consapevoli fino in fondo dei benefici di internet e dell’importanza dell’innovazione: ci sono ancora troppe resistenze. Giornalisti e editori devono capire che non stanno producendo contenuti per il loro sito, ma per tutto il mondo di internet. Non c’è più il Corriere della Sera o la semplice testata: c’è internet nella sua totalità. Dovremmo essere presenti ovunque sia possibile raggiungere audience e monetizzare il nostro contenuto. Questo significa, ad esempio, che i giornalisti dei quotidiani dovrebbero acquisire capacità tecniche video, che non ci si può più limitare alla carta. Stiamo parlando di cambiare i metodi di lavoro, di abbassare i costi di produzione grazie alle tecnologie, di abbracciare davvero tutte le novità, ad esempio il lavoro da remoto e le piattaforme di collaborazione. E poi bisogna abbattere i silos all’interno delle redazioni: i giornalisti devono capire da dove arrivano le risorse che pagano i loro stipendi e, ovviamente nel rispetto della deontologia, devono collaborare. Ogni persona in redazione deve sapere quali sono gli obiettivi della sua azienda e contribuire a raggiungerli. Anche i giornalisti dovrebbero essere misurati su obiettivi, ricevere premi e incentivi se ottengono i risultati».

Quello tra giornalisti ed esperti del digitale è spesso un rapporto difficile.

«Gli esperti del digitale sono preziosissimi, nelle redazioni: aiutano a introdurre innovazione, a migliorare il prodotto, ma anche a mostrare ai giornalisti come si può reinterpretare la professione in modo che sia in linea con le nuove esigenze. I giornalisti devono capire che il loro destino, così come il loro successo, è ormai legato al destino e al successo di queste professionalità».

Ciascuno ha il suo ruolo, certo. Ma la collaborazione è fondamentale. Un consiglio agli esperti del digitale, allora. Come convincere i giornalisti a cambiare?

«Mostrando i benefici del cambiamento. Una buona tattica, quando si mette piede in una redazione, è di entrare in contatto con le persone più influenti e “difficili”, magari i due principali opinionisti, e proporre loro di diventare protagonisti di un’iniziativa digitale, un blog, una rubrica audio o video per il web: dimostrare che possono reinventare il loro modo di fare giornalismo. Trasformare una firma importante in una star di Snapchat è un modo affascinante di introdurre la cultura digitale in una redazione. Non sempre funziona. È giusto dare una opportunità, ma siamo ormai al punto in cui se una persona non vuole cambiare se ne deve andare».

E magari li si può sostituire con i bot editoriali…

«L’intelligenza artificiale, i big data e i bot non devono essere visti come nemici dai giornalisti, ma come strumenti per rendere migliore il lavoro editoriale. A Vienna parleremo anche di questo. Il data journalism è già molto diffuso: ci sono software che aiutano a capire meglio la propria audience e quindi a fare prodotti migliori. I bot, secondo me, potranno dare un contributo alla produzione di articoli che non sono propriamente articoli, come alcuni pezzi di giornalismo finanziario. Insomma, notizie, ma non vere storie. Sono tempi difficili. E sentiamo molti editori dire: “prima sistemo i conti, poi penserò all’innovazione».

È un atteggiamento corretto? Non è possibile fare le due cose insieme?

«È molto difficile: quando stai ristrutturando il taglio dei costi diventa la tua ossessione. Ma non penso che si possano tagliare per sempre. A un certo punto devi cominciare a innovare. Devi prendere consapevolezza, ad esempio, di quanto grande debba essere la tua redazione: è davvero necessario che i tuoi giornalisti siano tutti presenti fisicamente? Potresti usare le tecnologie, avere bisogno di meno spazio e gestire il team da remoto. Anche questa è innovazione e in più ti aiuta a risparmiare».

Dell’advertising abbiamo detto: ci sono Google e Facebook, ma anche tante piattaforme di programmatic. E poi c’è il tema dei branded content. Delicato per i giornalisti.

«Per quanto riguarda l’invasione dei network di programmatic, che in effetti sta portando i prezzi dell’advertising verso il basso, penso e spero che ci sarà una sorta di pulizia attraverso movimenti di concentrazione e una crescente attenzione alle audience di qualità. Ciò può voler dire il ritorno dei grandi inserzionisti a privilegiare le testate storiche, penso a brand come Financial Times, Le Monde o alle maggiori testate italiane: è necessario tornare a dimostrare che lì c’è un’audience di qualità. Ovviamente gli editori devono maneggiare con cura prodotti come branded, sponsored e native content. C’è un patto di onestà con i lettori e gli utenti, che va rispettato: bisogna sempre distinguere chiaramente tra il contenuto, che è notizia, e ciò che invece ha natura commerciale. A volte dimentichiamo che c’è anche un problema di device utilizzato. Penso al mobile: su uno schermo piccolo è molto più difficile distinguere tra ciò che è opinione, notizia o advertising».

Ma il mobile sta diventando lo strumento principale anche per le news…

«Appunto: bisogna prestare molta attenzione, ne va della credibilità. Ad esempio, mi sembra che la CNN su questo stia facendo molto bene, mentre vedo un po’ più di confusione sul Washington Post. Sì, penso proprio che anche questa sarà una delle grandi sfide del prossimo futuro».

Al Summit di Vienna si parlerà anche di buone pratiche, di editori che ce l’hanno fatta. Ci può anticipare qualcosa?

“Sì. Studiatevi, ad esempio, il modello di Schibsted, in Norvegia e Svezia: da anni è un punto di riferimento per la gestione innovativa della redazione. Oppure Skift, un magazine newyorchese di viaggi, fondato da Rafat Ali, che secondo me ha la più moderna newsroom che abbia visto fino ad ora. Tra i grandi, il Washington Post comincia a miscelare bene tecnologie e giornalismo».

E tra gli italiani?

«Ammetto di non avere molti contatti. Mi piacerebbe averne di più».

Tra gli speaker del Summit, per parlare di giornalismo collaborativo, ci sarà anche Andrea Iannuzzi, dell’Agenzia Giornali Locali del Gruppo Espresso…

«Il giornalismo locale è molto importante: per l’innovazione in generale e per far crescere una nuova generazione di giornalisti. Ma la prima cosa alla quale pensare, in questi casi, è l’aspetto commerciale. Un buon venditore, ben inserito sul territorio, ora più che mai è fondamentale per il successo di una nuova testata. Se ben strutturata, una realtà locale sa essere molto vicina al lettore e creare buona audience. E, come detto, spero che l’audience di qualità torni a essere apprezzata dagli inserzionisti. Ma non vorrei essere troppo ottimista».

 

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