Francesco Lattanzio | 24 gennaio 2017
SCENARI

Lo streaming musicale brucia la video consumption negli USA

Sono ormai almeno 2 anni che quando si legano le parole “video” e “digitale”, queste provocano un brivido di emozione e ottimismo. Sono in molti gli utenti che passano sempre più tempo davanti ai dispositivi, specie quelli mobile, per guardarsi un film, un tutorial su Youtube, un contenuto televisivo e così via. Sotto l’ombra di questo totem che tutti adulano come trend, però sta mettendo massa un nuovo segmento i cui attori più in superficie sono già riconosciuti come veri e propri colossi digitali. È l’audio streaming, la cui fruizione anno su anno è cresciuta nel 2016 dell’82,6%, contro il +7,5% del video.

Obiezione: ma i volumi di file fruiti non sono comparabili. Obiezione respinta: secondo i dati di BuzzAngle, ripresi da Business Insider e Statista, infatti, gli stream audio on-demand nel 2016 sono stati 250,7 miliardi, contro i 181,3 miliardi di video on-demand riprodotti (dati riferiti agli Stati Uniti). L’anno precedente si parlava, rispettivamente, di 137,3 miliardi contro 168,6. Un trend che non sembra intenzionato a fermarsi, tanto che Macquaire prevede che lo streaming raggiungerà il 50% del mercato della musica globale entro la metà del 2019, e l’80% entro il 2025.

Secondo i dati Nielsen, poi, il pubblico “musicale” si sta spostando dall’acquisto delle canzoni e degli album, sia esso digitale o fisico, ai servizi di streaming on-demand, gratis o in abbonamento. La “music consumption” in streaming, è aumentata del 76,4%, mentre la vendita dei cd è in calo del 16,3%, quella degli album digitali del 20,1% e quella delle tracce singole del 25%. Il dato di Nielsen è riferito agli stream musicali on-demand totali (comprende quindi le tracce musicali sommate ai “music video”) e le cifre restituite, riferite agli USA, sono queste: 164,5 miliardi nel 2014, 310,1 nel 2015 e addirittura 431,7 miliardi nel 2016.

“La music industry continua a crescere con un ritmo salutare, e il 2016 ha mostrato a tutti che l’ecosistema si sta evolvendo ancora più velocemente di quanto non sia avvenuto con altri formati. Grazie alla rapida emersione di tecnologie e canali per la scoperta dei contenuti e l’engagement degli utenti, i consumatori stanno trovando e ascoltando più musica in nuovi modi”, ha commentato David Bakula, svp di Music Industry Insights.

 

Crescita decisa del settore, entropia tra i player

Ma se l’ambiente appare in salute, è molto alta l’entropia al suo interno. Spotify mantiene un ruolo di comando, ma Apple, Amazon e Google si stanno armando per lanciare i loro servizi pronti a competere con il colosso svedese. In realtà la Mela ha già degli asset importanti, con Apple Music che svolge un ruolo importante nel settore. Pare che Google, invece, stia provando a portare a casa SoundCloud e abbia già pronta un’offerta da 500 milioni di dollari. Ma la società tedesca si era attribuita un valore da 1 miliardo appena l’estate scorsa, per cui non è certo che le parti troveranno un accordo nel breve termine. Il 33% del pacchetto azionario di Tidal, la piattaforma fondata da Jay Z a cui fanno capo artisti del calibro di Kanye West (citato dalla ricerca di Nielsen come uno dei più “streammati” dell’anno scorso), intanto è stato acquistato da Sprint. I negoziati erano iniziati addirittura nell’aprile del 2015. Pandora, invece, non è riuscita a portare a un esito positivo la sua contrattazione, anzi, è andata incontro a un tonfo azionario del 5% quando venerdì scorso il cfo di Sirius XM, David Frear, ha detto che il network radio satellitare che rappresenta probabilmente non acquisirà la internet radio. Ma oltre al network, parte di Liberty Media, l’interesse era alto anche nelle camere dei bottoni di altri player. Come lo stesso Spotify. “Una potenziale fusione tra Spotify e Pandora è stata discussa dalla stampa, per esempio su Forbes. Crediamo che le sinergie sarebbero sostanziali se collegate allo sviluppo prodotto, al marketing, alla forza vendite, alla content delivery, al tracking e al reporting delle royalty, al back office, ai dati, al upselling e al programmatic”, spiega Robert Peck, analista di SunTrust. Intanto la piattaforma sta cercando di aumentare l’interesse dei marketer attraverso nuovi formati che sono stati in rodaggio per 6 mesi e ora sono pronti a vedere la luce del mercato. Il primo permette agli investitori di rimpiazzare la copertina dell’album con una display ad responsive o un video muto all’interno del feed degli utenti. Misurazioni di terze parti, effettuate da Millward Brown hanno riportato una crescita a doppia cifra in metriche come brand favorability e awareness, e la piattaforma stessa ha dichiarato che il tempo speso sulle mobile display responsive ads è il 50% più alto della media.

 

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