Francesco Lattanzio | 17 maggio 2016
SCENARI

Chi sono i “veri” influencer? Secondo trnd sono i consumatori stessi

Ultimamente si è parlato molto degli influencer, di chi siano davvero. C’è chi sostiene siano ragazzini viziati in cerca di soldi facili, dei “cialtroni”. Ma c’è anche chi crede nelle loro capacità di convincere grosse audience della bellezza di un paio di scarpe o della bontà di un formaggio. La domanda da porsi, per trnd Italia, in realtà è un’altra: quali sono i veri influencer? Chi è veramente in grado di suggerire, credibilmente, un prodotto ad altri consumatori? «Per noi i veri influencer sono le persone normali. Non condividiamo il modus operandi attuale, l’investire su queste figure attraverso doni e regali. Chi parla non deve avere un’immagine costruita, e i messaggi non devono essere marchette. Non è così che si convincono gli utenti a diventare consumatori di un prodotto. Sono le persone “vere” invece a raccontare efficacemente le qualità della merce, attraverso la loro personale esperienza» spiega Valentina Lonati, Concept, Communications & PR Manager di trnd Italia.

Gli influencer “professionisti” non hanno adiacenze né con l’advertising digitale, «perché è impossibile calcolare un roi proveniente dalle loro azioni di marketing», né con i consumatori, «che sono sempre più furbi, e sanno distinguere lucidamente un messaggio “pagato” da uno sincero» continua Lonati. Secondo il Nielsen Global Trust in Advertising Survey, infatti, il tipo di pubblicità in cui il campione (di 30.000 persone provenienti da tutto il mondo) crede di più sono i “consigli da persone che conosco”, ed è una maggioranza schiacciante, l’83%. Al secondo posto ci sono i “branded websites” (70%) e al terzo le “opinioni dei consumatori postate online” (66%). Non è immediato accomunare il passaparola spontaneo a una vera e propria forma di pubblicità, ma trnd ha fatto di questa disciplina il suo core business. «Creiamo campagne coinvolgendo la nostra comunità di utenti, che si aggregano spontaneamente, scegliendo accuratamente tra loro i più adatti per il determinato prodotto. Proponiamo i prodotti dei brand nostri clienti, e poi li diamo in prova. In questo modo riusciamo a generare anche logiche di co-creation: gli utenti danno giudizi e consigli su come migliorare il prodotto stesso. Così facendo, i consumatori che ne hanno apprezzato le qualità lo consiglieranno ai loro amici, avviando la prima generazione di passaparola, e così via. Utilizziamo questo meccanismo di collaborative-marketing anche con le community dei brand, agganciando ad esse la nostra piattaforma trndsphere per avviare il passaparola anche tra i brand lovers» aggiunge Lonati. Un modo per rendere i loro dati più profittevoli, in un’era in cui questi sono la benzina del marketing. Dicevamo che non è facile arrivare a sapere quale sarà l’incidenza degli influencer, siano essi semplici amici o star dei social network, sulle vendite di prodotto, ma «per misurare il roi sul passaparola generato dai semplici utenti abbiamo studiato molti casi, facendo analisi anche internazionali. Da questi è emerso che per ogni euro investito ne ritornano 4. Teniamo in considerazione diverse generazioni di passaparola, grazie ad algoritmi sofisticati che abbiamo sviluppato internamente». «Le aziende devono provare tutto, ma devono tenere a mente da dove nasce il vero passaparola. Noi puntiamo sui consumatori stessi, e tra di loro questo non finirà mai. Gli “influencer”, invece, prima o poi si disperderanno. Perché i consumatori presto o tardi si stancano» conclude Lonati.

In Italia la società è attiva dal 2010 e ha svolto sulla propria piattaforma un totale di 67 campagne con più di 30 aziende diverse, per brand come Braun, Asus, Loacker, De Cecco e Nuvenia. Dal 2005, invece, il gruppo trnd ha realizzato più di 1000 campagne a livello mondiale.

Nessuna risposta a "Chi sono i “veri” influencer? Secondo trnd sono i consumatori stessi"

    Lascia una risposta