Francesco Lattanzio | 25 luglio 2017
SOCIAL

Facebook, pernacchia allo Stato: “La verifica dei contenuti ex-ante non è ancora possibile, ma se lo fosse non la applicheremmo”

Julie de Baillencourt, capo della Safety Policy di Facebook in EMEA, e Laura Bononcini, responsabile relazioni istituzionali di Facebook Italia, hanno preso parte all’audizione che la Commissione parlamentare d’inchiesta contro il femminicidio ha organizzato oggi in Senato. La squadra, che è stata assemblata per svolgere indagini sulle reali dimensioni, condizioni, qualità e cause dei delitti delle violenze, sarà composta da 20 senatori e resterà in carica un anno.

Dopo i terribili dati del 2016, con circa 120 vittime in 12 mesi, anche i social sono stati interpellati in quanto media che spesso nello scorso anno (ma anche nel precedente) hanno proposto messaggi di odio e violenza. O almeno non hanno impedito che questi fossero messi in vetrina. Il problema, puntualmente sollevato dalla Commissione, è uno e uno solo: la rimozione dei contenuti avviene ex-post, non ex-ante. Questo vuol dire che il team di Facebook deve ricevere una segnalazione da un utente, valutare il post e poi, nel caso, rimuoverlo.

È possibile bloccare automaticamente e preventivamente i contenuti pubblicabili su Facebook?”, è stato chiesto a de Baillencourt. No, non al momento, e “probabilmente non succederà mai perché andrebbe a scapito della richiesta di immediatezza degli utenti della piattaforma”, risponde. Per la verifica dei contenuti dannosi e offensivi non sono ancora pronti strumenti automatici, e semmai la società riuscisse a raffinarli “avrebbero ripercussioni sull’immediatezza dei messaggi postati”.

Facebook ha però sviluppato contromisure interne per fronteggiare problemi del genere. Durante l’audizione, infatti, è stata segnalata l’importanza del team umano internazionale dedicato alla vigilanza sui contenuti formato da 7500 revisori, tra cui ci sono alcuni italiani madrelingua. L’azienda però non vuole divulgare informazioni sulla composizione del team operante sull’Italia. Gli utenti mensili attivi di Facebook su scala globale sono poco oltre 2 miliardi, e questo significa che ogni revisore dovrebbe tenere d’occhio poco più di 266mila utenti (un gruppo più vasto della popolazione di Venezia).

De Baillencourt ha poi indicato i profili falsi, spesso usati da molestatori e stalker sulla piattaforma, come una delle maggiori sfide da affrontare. Il Garante della Privacy ha valutato la proposta di utilizzare un documento univoco di riconoscimento per l’apertura dei profili sul social, ma “con procedure simili Facebook avrebbe accesso a informazioni che il garante non necessariamente vorrebbe”, ricorda Bononcini.

Viene da chiedersi come un media (lo stesso Zuckerberg ha finalmente usato questa definizione per Facebook quest’anno) che ha dichiarato di avere, in Italia, 30 milioni di utenti unici attivi a marzo 2017, circa mezza popolazione nazionale, possa presentarsi in Senato a discutere un tema come il femminicidio e affermare per bocca di un capo della Safety Policy intercontinentale la predominanza del prodotto sulla prevenzione di violenze che hanno causato una vittima ogni 3 giorni nel corso di tutto il 2016. Sarebbe sano far passare alla popolazione e alle aziende nazionali il messaggio che la user experience vale più della sicurezza? O varrebbe solo per i giganti digitali, dimostrando che lo Stato non può che alzare le mani davanti alle loro pretese? Cosa succederebbe se questa mancanza di collaborazione, così candidamente annunciata, avesse interessato un media come la televisione, in cui esistono diverse istituzioni di controllo?

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