Francesco Lattanzio | 6 febbraio 2017
STRATEGIE

Per i publisher il futuro del mobile video è sul browser, non sulle app

I social network sono gli ambienti preferiti dagli utenti della rete per la fruizione dei video. Ma se un publisher volesse spingere sui filmati all’interno delle sue property, gli converrebbe puntare sulle app o sul mobile web? La visione di questo tipo di contenuti in-app sta calando ormai da diversi anni, stando a quanto riporta l’azienda di tecnologia video JW Player. Negli ultimi 10 mesi del 2016, la percentuale di visualizzazione video su mobile all’interno delle app è decresciuta tra il 5 e l’8. Sempre secondo lo studio, il trend continuerà anche nel 2017 a causa di investimenti sempre più risicati (di tempo e di soldi) da parte dei publisher. A competere nel segmento rimarranno i broadcaster televisivi, gli editori più grossi e le video company pure.

“Nel 2010 c’è stato un pesante shift verso la costruzione di app native. Facebook ha investito pesantemente nell’HTML5, e il risultato è stato che tutte le media company hanno iniziato a creare app per iOS e Android. Da allora sono stati sempre meno a trarne vantaggio. Gli utenti usano cinque o sei app al giorno: tutte le altre praticamente non sono nemmeno aperte. Per una media company che ha investito parecchie risorse nello sviluppo di una app, il ritorno è stato piuttosto limitato”, spiega Dave Otten, ceo di JW Player.

Ma se costoso è stato lo sviluppo, non è da meno la manutenzione. Rank Sinton, ceo della società di video app e ad technology Beachfront Media, stima che, per lo sviluppo e il mantenimento di una video app, le company spendono generalmente circa 500 mila dollari all’anno. Nella cifra sono comprese l’assunzione di sviluppatori, l’hosting, la monetizzazione e altre attività di manutenzione e aggiornamento, oltre che operazioni tecniche. “Ci sono opzioni meno dispendiose, ma significherebbe scendere a compromessi con la user experience”, continua Sinton.

Se queste somme sono sostenibili per le grosse company, molti publisher devono appoggiarsi a Facebook per raggiungere i propri obiettivi di reach, sebbene preferirebbero mostrare i propri video agli utenti attraverso i propri siti. Ma per loro c’è una buona notizia: “Oggi gli smartphone hanno la stessa potenza computazionale di un laptop del 2010”, dice Otten. Non è più necessario quindi avere un’app, perché l’esperienza è simile al mobile web. “Nel 2016, comScore ha riportato che metà degli utenti smartphone in USA scaricavano circa zero app al mese. Questo declino conferma la stanchezza verso le app e la concentrazione dell’attenzione verso poche app. Detto questo, non abbiamo detto che le video app debbano essere bandite. Anzi, se emerge un bisogno tra un’audience e questo non viene soddisfatto dal sito, dai canali social o dalle piattaforme con cui ci sono delle partnership attive, un’app potrebbe essere la soluzione migliore”, spiega Frank Conway, vp of product di Refinery29.

LittleThings porta dei dati chiari: propone video attraverso la sua app, ma li incorpora anche negli articoli che pubblica sul browser, e da quest’ultimo ottiene l’85% della video consumption. “La nostra audience è abituata a sfruttare le app social (Facebook, Instagram, Twitter) per trovare e consumare i nostri contenuti. È davvero faticoso convincere gli utenti a smettere di usare queste piattaforme e poi fargli installare la app. è più efficace concentrarsi sul modo in cui in nostri utenti vogliono consumare i contenuti, che ora si divide tra social e il web browsing”, conclude Justin Festa, evp of digital di LittleThings.

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