Francesco Lattanzio | 11 dicembre 2017
TECNOLOGIA

IAB ha già preparato un’evoluzione dell’Ads.Txt. Ecco come funziona Ads.Cert

Nello scorso maggio, dalle fucine dello IAB Tech Lab è uscito Ads.txt, un protocollo testuale simile a un indice dei rivenditori autorizzati delle inventory degli editori che lo inseriscono all’interno del proprio sito. Il tool aveva l’obiettivo preciso di rendere più trasparente il percorso d’acquisto e il controllo dell’erogazione pubblicitaria, perché se da una parte tutela gli editori contro i rivenditori fasulli e le frodi, dall’altra permette ai buyer la verifica dei posizionamenti delle inventory. L’adozione dello strumento ha subito una curva di crescita sensibile da settembre tale da comprendere il 44% dei publisher che fanno digital adv – grazie anche alla spinta di Google che ne valutava l’inserimento per fini di SEO.

Ma ads.txt già subito alcuni tentativi di raggiro e ha mostrato alcune falle. Tra queste, benché banali, ci sono gli errori di digitazione del nome delle piattaforme supply-side all’interno del documento – che creano interferenze con gli exchange – e la mancata specifica della tipologia di inventory che i vendor sono abilitati a vendere. Senza quest’ultima, le inventory display possono essere re-impacchettate come video con conseguente aumento del CPM.

Questi limiti hanno stimolato IAB a un upgrade del protocollo, a cui ha dato il nome ADS.CERT.

 

Le differenze tra Ads.txt e Ads.cert

La differenza tra Ads.txt e Ads.cert consiste nel fatto che il primo è un documento di testo compilabile dagli editori, il secondo utilizza bid request marcate criptograficamente per mostrare il percorso dell’inventory e la sua autenticazione. In altre parole, Ads.txt verifica che un business è autorizzato a vendere le inventory dell’editore, dando al publisher più controllo e rassicurando i buyer sugli attori da cui finalizzano i loro acquisti, mentre Ads.cert fa un passo in più e valida le informazioni che passano tra buyer e seller a ogni stage della digital supply chain, assicurando l’invulnerabilità a modifiche di qualsiasi tipo. Funziona come una firma digitale che permette la verifica delle inventory di uno specifico sito e blocca i tentativi di manomissione da parte degli attori fraudolenti.

 

Un nuovo elemento: la firma digitale

Negli open exchange, i buyer valutano le impression a seconda di dati come location, indirizzo IP, device, posizione sulla pagina, tipologia di spazio e variabili di questo genere. Queste caratteristiche possono essere manipolate per sopravvalutare l’impression, ed è proprio questo che Ads.cert vuole scongiurare. “Se qualcuno aggiungesse informazioni alla request, come per esempio la viewability, è possibile inserire anche la firma in modo che la nuova variabile sia trasparente e credibile. A tutti i componenti della supply chain è consentito inserire la firma, questo incoraggia comportamenti regolari e facilita le indagini su quelli irregolari”, commenta Chris Crawfurd, vp of sales and product strategy della società di ad tech Sovrn. In questo modo, aumenta la trasparenza nelle transazioni degli spazi pubblicitari in digitale, e questi significa che chiunque nella filiera può essere certo di non acquistare display re-impacchettata come video.

 

Chi può inserire l’aggiornamento

Il nuovo strumento può essere implementato solo dalle company che hanno già aggiornato le infrastrutture tecnologiche dall’OpenRTB 2.5 alla versione 3.0, che è stata concepita per funzionare con tutti i tipi di programmatic buying e selling, come header bidding, content sales, recommendation e connected TV.

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